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Milano Cortina: il vero buco è nella narrazione.
9 Settembre 2026|Casi pratici di MarketingMarketing TrendNon solo Marketing

Milano Cortina: il vero buco è nella narrazione.

Milano Cortina: il vero buco è nella narrazione.

Milano Cortina 2026: il problema non è solo il buco. È il progetto che viene prima

La liquidazione era prevista. I conti con cui ci arriviamo sono un’altra cosa.

Cominciamo mettendo ordine, perché quando le cifre diventano molto grandi la tentazione di usarle come clave è fortissima.

La Fondazione Milano Cortina 2026 andrà verso lo scioglimento e la liquidazione dopo l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio chiuso al 31 dicembre 2026. Non è, di per sé, lo scandalo: è previsto dal suo statuto. Il problema interessante è capire con quali conti si arriverà a quella liquidazione e chi sarà eventualmente chiamato a coprirli. Lo stesso Comune di Milano ricorda che lo scioglimento della Fondazione è previsto dopo l’approvazione del bilancio finale. (palazzorealemilano.it)

Su quei conti si sono accesi progressivamente molti giornali. Il 24 febbraio, appena terminati i Giochi, ANSA parlava ancora di indiscrezioni su un rosso possibile tra 100 e 200 milioni. Il 20 aprile Il Nord Est titolava sul “profondo rosso” da circa 310 milioni. Il giorno successivo La Stampa parlava di una “voragine olimpica”. Il 24 aprile Repubblica, con Fulvio Bianchi, quantificava il deficit previsionale attorno ai 310 milioni: circa 230 milioni di maggiori costi e 80 milioni di minori entrate. Il 13 maggio il Corriere della Sera collegava quel rischio ai 100 milioni accantonati dal Comune di Milano. (ANSA.it)

Poi, a luglio, è arrivato un altro numero ancora. La Corte dei Conti del Veneto, attraverso il bilancio 2025 della Fondazione, ha evidenziato una perdita d’esercizio di 39,094 milioni, che porta il deficit patrimoniale cumulato a 176,456 milioni; il procuratore regionale ha inoltre richiamato un’esposizione debitoria superiore al miliardo. Il Fatto Quotidiano ha dato grande evidenza alla notizia. Ma attenzione: 176 milioni di deficit patrimoniale, 310 milioni di scostamento previsionale e oltre un miliardo di debiti non sono tre modi diversi per descrivere lo stesso buco. Sono grandezze diverse. E il risultato definitivo richiederà il bilancio 2026. (Il Fatto Quotidiano)

Questo distinguo non ridimensiona il problema. Lo rende serio.

“A costo zero”: è qui che la narrazione comincia a incrinarsi

Perché esiste un paradosso difficile da ignorare.

I Giochi erano stati presentati ripetutamente come un evento il cui budget organizzativo avrebbe dovuto reggersi attraverso sponsor, ticketing, licensing e contributi del movimento olimpico. Il Corriere, RaiNews e Il Nord Est hanno ricordato esplicitamente la promessa di Olimpiadi “a costo zero” e il sistema di garanzie pubbliche previsto qualora il pareggio non venga raggiunto. (Corriere Milano)

Quindi sì: la polemica è legittima.

Ma è proprio qui che, secondo me, bisogna smettere di fare giornalismo da indignazione e cominciare a ragionare da progettisti.

Perché se ci limitiamo a dire “hanno sbagliato i conti”, cercheremo immediatamente degli incapaci.

E non credo sia questa la spiegazione più interessante.

 

Memoria e storia: Barbero, la fiaccola e trenta medaglie

Mi torna in mente Alessandro Barbero e la sua distinzione tra memoria e storia. In una lezione del 2019 dedicata proprio a questo tema e, più recentemente, a diMartedì su LA7, Barbero ha sintetizzato il concetto in modo molto efficace: “la memoria non basta, perché ognuno ha la sua… bisogna andare un po’ più in là e arrivare alla storia”. (youtube.com) Il richiamo a Barbero era già presente nei materiali che avevo utilizzato per ragionare sul turismo e sui grandi eventi.

Applicato alle Olimpiadi è quasi perfetto.

C’è la memoria di chi pratica sport e ha visto per una volta i propri campioni gareggiare in casa. C’è quella di chi ha portato la fiaccola olimpica o l’ha aspettata per strada con i figli. Ci sono volontari, associazioni sportive, famiglie e intere località che per settimane si sono sentite al centro del mondo.

E poi c’è il medagliere: 30 medaglie per l’Italia, dieci ori, sei argenti e quattordici bronzi, record assoluto per una partecipazione italiana ai Giochi invernali. Quella memoria è reale. Ed è bellissima. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano)

Per molti abitanti delle località direttamente coinvolte, per gli sportivi e per chi quell’evento lo ha vissuto dall’interno, Milano Cortina resterà probabilmente questo.

Per altri è stata molto meno importante.

A due giorni dalla cerimonia di apertura a San Siro risultavano ancora circa 10.000 biglietti invenduti, tanto da portare alla promozione “due biglietti al prezzo di uno”. A fine Giochi il quadro era decisamente migliore: circa 1,3 milioni di biglietti venduti, l’88% della disponibilità. Quindi sarebbe scorretto parlare di flop di pubblico. Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere l’enorme intensità emotiva di chi ha partecipato con un entusiasmo uniforme del Paese. (la Repubblica)

Anche il digitale raccontava una realtà meno epica.

Prima dell’apertura, una ricerca di AvantGrade sui trend Google mostrava che l’interesse medio per Sanremo 2026 era più che doppio rispetto a quello per Milano Cortina;

molte ricerche legate ai Giochi riguardavano traffico, sicurezza, strade chiuse e zone rosse più che atleti e discipline.

Ne scrisse anche Repubblica il 4 febbraio. (Avantgrade.com)

E oggi succede qualcosa di ancora più banalmente umano: mentre iniziamo a discutere dei bilanci olimpici, l’attenzione pubblica si sposta su altri problemi. Il 2 settembre la benzina self ha raggiunto in Italia una media di 2,027 euro al litro sulla rete ordinaria e 2,110 in autostrada; il gasolio è rispettivamente a 2,131 e 2,206 euro. È comprensibile che questo interessi immediatamente milioni di persone più del Lifetime Budget di una Fondazione olimpica. (ANSA.it)

La memoria seleziona.

La storia dovrebbe ricomporre.

Esiste anche una memoria istituzionale. Ed è quella che diventa “ufficiale”

Poi c’è un’altra memoria, meno individuale: quella delle istituzioni che hanno voluto, sostenuto e finanziato il progetto.

Alla vigilia dei Giochi, il ministro dello Sport Andrea Abodi definiva Milano Cortina il simbolo di un’Italia protagonista, capace di generare effetti “positivi e duraturi nel tempo”, e indicava il modello delle Olimpiadi diffuse come possibile riferimento per il futuro. A Giochi terminati, parlava ancora di un “modello organizzativo vincente”. (ANSA.it)

Il 23 febbraio, il giorno dopo la chiusura, la Regione Veneto parlava ufficialmente di una “straordinaria eredità”: infrastrutture moderne, servizi più efficienti, maggiore competitività, attrattività e sostenibilità, con benefici destinati a durare per decenni. Non era un’invenzione dell’ultimo minuto: la strategia regionale di sostenibilità e legacy indicava già obiettivi come contrasto allo spopolamento montano, sviluppo economico locale sostenibile, resilienza delle comunità e riduzione degli impatti ambientali. (Regione del Veneto)

È questa la narrazione istituzionale. Ed essendo prodotta da chi ha partecipato al progetto diventa inevitabilmente anche la narrazione ufficiale.

Non significa necessariamente che sia falsa.

Significa che utilizza alcuni criteri per definire il successo.

Ed è precisamente qui che chi fa ricerca dovrebbe diventare scomodo.

 

Come Pollicino: invece di cercare il colpevole, torniamo all’inizio

Quando arriviamo alla fine di un progetto e scopriamo extracosti, lavori ancora da terminare o benefici meno chiari del previsto, abbiamo l’abitudine di giudicare il risultato.

Io preferisco fare come Pollicino.

Seguire le briciole all’indietro.

Perché molte delle domande che oggi sembrano nate dallo “scandalo” erano in realtà disponibili molto prima.

Il 16 agosto 2025, mesi prima dell’accensione del braciere, scrivevo che Milano Cortina avrebbe potuto essere una leva economica e culturale per i territori, ma che un grande evento non produce automaticamente ricchezza. Servivano strategia, mercati obiettivo, formazione, capacità di trasformare visibilità in valore duraturo. Era lo stesso tema discusso nell’intervista con Radio 5.9 e Wildcom: le Olimpiadi non dovevano terminare con l’ultima medaglia. (vedi articolo e video qui > Da Parigi a Cortina)

Il 13 aprile 2026, alla USI, insieme a Sara Bertone di Mastercard, la lezione si intitolava Beyond the buzz: what major events really leave behind. Ed era costruita attorno a tre domande molto semplici: chi beneficia realmente? Dove si concentra la spesa? Quale legacy misurabile resta?

Era prima che il “buco” diventasse un titolo nazionale.

Quindi non è senno di poi.

È progettazione ex ante.

E anche il tema delle opere era già lì.

Nel materiale critico Oro colato veniva osservato che 56 opere su 98 avevano una data di ultimazione successiva ai Giochi e che la parte economica delle opere destinate a essere concluse dopo l’evento rappresentava oltre il 70% del valore analizzato.

È una fonte dichiaratamente critica e va letta come tale, ma pone una domanda perfettamente legittima: quando chiamiamo qualcosa “legacy”, stiamo descrivendo un obiettivo progettato prima o stiamo dando un nome positivo a ciò che rimane dopo?

Non erano sprovveduti. Ed è proprio questo il punto

Non credo che Milano Cortina sia spiegabile dicendo che qualcuno non sapeva quello che stava facendo.

Non erano sprovveduti. E non lo sono.

È una spiegazione troppo comoda.

Organizzazioni complesse, ministeri, regioni, comuni, CONI, CIO, sponsor e grandi imprese lavorano con obiettivi, responsabilità, incentivi e priorità differenti.

La questione interessante diventa quindi un’altra: che cosa era stato deciso di ottimizzare?

Perché lo scopo determina le azioni.

Le azioni determinano le metriche.

Le metriche determinano i resoconti.

E i resoconti, alla fine, determinano la narrazione.

Se il KPI principale è “organizzare con successo le gare”, trenta medaglie, impianti pieni all’88%, audience globale e funzionamento della macchina sono ottimi risultati.

Se il KPI è “non gravare sul contribuente”, la domanda cambia.

Se è “generare sviluppo economico diffuso”, bisogna misurare dove è finita la spesa.

Se è “legacy sostenibile”, bisogna definire prima quali opere, con quali costi, quali beneficiari, quali indicatori e con quale orizzonte temporale.

Non si può cambiare KPI a partita finita.

 

Il dato quantitativo non basta: Basilea ci ha insegnato perché

È esattamente il modo in cui lavoriamo nel marketing design.

Con Mastercard possiamo leggere dati transazionali aggregati: spesa, frequenza, provenienza, categorie, distribuzione geografica. Con Playmarketing e Notari Ricerche aggiungiamo il livello qualitativo, per capire le ragioni che stanno dietro ai comportamenti. I materiali Mastercard stessi impostano il lavoro su domande molto semplici: non soltanto quanto si spende, ma in quale categoria e rispetto a quale benchmark.

Il caso Eurovision 2025 a Basilea è illuminante.

Durante l’evento la spesa cross-border analizzata da Mastercard cresce del 28%, mentre le transazioni salgono del 57%. Ma la spesa per carta attiva resta sostanzialmente stabile. Il significato cambia immediatamente: non persone che necessariamente spendono molto di più, ma più attività e più acquisti frequenti. Contemporaneamente, nel confronto anno su anno, Basilea cresceva mentre il resto della Svizzera segnava –13% di spesa. Il “booente” non esisteva come fenomeno uniforme.

Qui si inserisce il lavoro di Viola, sviluppato nell’ambito di una tesi di dottorato di ricerca supportata da Notari Ricerche e Playmarketing.

Un piccolo estratto, riguarda un dataset di 226 commenti raccolti da otto forum Reddit relativi a Eurovision, la sentiment analysis ha isolato tre aree. Il sentiment su cibo e prezzi raggiunge 1,62; quello sui trasporti scende a 0,76; quello sugli alloggi a 0,58. Parallelamente, Mastercard riprende il 91% della spesa negli eating places.

Se guardassimo solo il transato, diremmo: ristorazione, grande successo.

Il qualitativo suggerisce una storia più interessante: alloggi costosi spingono parte delle persone fuori Basilea; aumentano gli spostamenti; il budget viene compresso; fast food e ristorazione veloce diventano una modalità conveniente per continuare a vivere con entusiasmo l’esperienza.

Il dato era vero.

Ma da solo raccontava solo metà della storia.

 

Milano Cortina e Visa: quando un dato vero può comunque ingannare

Su Milano Cortina avremo un problema metodologico in più.

Visa è l’Exclusive Payment Technology Partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici, quindi il perimetri dell’evento è legato al suo network. (usa.visa.com)

Una precisazione è necessaria: Visa non ha diffuso soltanto dati sul weekend inaugurale. Il 16 febbraio ha pubblicato una prima fotografia dell’apertura e il 5 marzo un aggiornamento relativo all’intero periodo dei Giochi. Ma ciò che è pubblicamente disponibile resta, almeno finora, molto meno articolato del tipo di analisi che avevamo a disposizione per Eurovision e UEFA Women in Svizzera.

Nel weekend inaugurale Visa registrava oltre +60% di titolari extraeuropei e un aumento dell’80% degli acquisti rispetto allo stesso weekend del 2025. Nel consuntivo dell’intera manifestazione, le transazioni dei titolari Visa extraeuropei nelle aree montane risultavano in aumento del 136%.  (visaitalia.com)

Sono dati interessanti.

Ma attenzione a ciò che non ci dicono.

Un aumento delle transazioni internazionali durante un evento internazionale è esattamente ciò che ci aspetteremmo. Non sappiamo però, da quei soli numeri, quanto valore incrementale netto sia stato creato, quanto consumo sia stato semplicemente spostato, quale sia stato il comportamento della spesa per carta, come abbiano reagito aree non direttamente interessate, chi abbia catturato il valore e quale parte sia rimasta sul territorio.

In altri termini: +104% di transazioni non significa +104% di sviluppo economico.

È lo stesso errore che Basilea ci insegna a evitare.

Per questo, almeno sulla base dei dati pubblicamente disponibili oggi, non avremo su Milano Cortina una lettura perfettamente comparabile a quella costruita con Mastercard, sentiment e analisi qualitativa sui casi svizzeri, salvo che vengano messi a disposizione dataset più profondi.

Ed è quasi ironico: proprio l’evento su cui avremmo più bisogno di capire le ricadute rischia di lasciarci soprattutto numeri utili alla comunicazione.

Il grande evento va giudicato nel “prima”

Ed eccoci di nuovo alle briciole di Pollicino.

La domanda finale non è se Milano Cortina sia stata un successo o un fallimento.

È troppo semplice.

È stato certamente un enorme successo sportivo per molti atleti. Un’esperienza memorabile per moltissime persone. Un grande dispositivo di visibilità internazionale. Ha prodotto investimenti, infrastrutture e trasformazioni territoriali.

Contemporaneamente lascia domande molto pesanti su costi, coperture pubbliche, opere, distribuzione del valore e criteri utilizzati per raccontarne la legacy.

Le due cose possono essere vere nello stesso momento.

È precisamente questa la differenza tra memoria e storia.

E soprattutto è la differenza tra comunicazione e marketing design.

Un progetto serio dovrebbe dire prima quale problema vuole risolvere, chi deve beneficiarne, quanto siamo disposti a spendere, dove vogliamo che ricada il valore, quali effetti collaterali consideriamo accettabili e attraverso quali KPI stabiliremo, cinque anni dopo, se abbiamo avuto ragione.

Perché se queste cose non vengono definite all’inizio, alla fine succede qualcosa di molto semplice.

Chi ha vissuto le Olimpiadi ricorderà la fiaccola.

Chi ha vinto ricorderà la medaglia.

Le istituzioni ricorderanno la legacy.

I giornali ricorderanno il buco.

E ognuno troverà i numeri per dimostrare che la propria memoria è quella giusta.

La ricerca serve a fare esattamente il contrario: tornare indietro, capire le cause e ricostruire la storia.

Prima che sia troppo tardi per cambiare il progetto.

Articolo a cura di Gianni Vacca, dedicato a chi concepisce e organizza eventi. [ info@playmarketing.ch ]

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Ferrari Luce: quando il futuro fa ombra
13 Agosto 2026|Marketing ResearchMarketing Trend

Ferrari Luce: quando il futuro fa ombra

Ferrari Luce: quando il futuro fa ombra

Ferrari Luce: più di una nuova auto elettrica

La Ferrari Luce non è un lancio qualunque. E non lo è per una ragione molto semplice: quando Ferrari presenta la sua prima vettura 100% elettrica, non sta solo introducendo un nuovo modello. Sta intervenendo sul proprio mito.

Il punto, quindi, non è decidere se l’auto sia bella o brutta. Questo è il livello più povero della discussione. Il punto è capire se Ferrari abbia davvero aperto un nuovo capitolo della propria storia oppure se abbia prodotto un oggetto tecnicamente sofisticato ma simbolicamente ambiguo.

Anzi, forse il punto è ancora più scomodo: la Ferrari Luce non sembra troppo avanti per essere capita. Sembra arrivata tardi, cercando di apparire avanti.

La collaborazione tra Ferrari, Exor e LoveFrom, il collettivo di Jony Ive e Marc Newson, nasce nel 2021: quindi la Luce è il risultato di un percorso lungo, non di un’intuizione improvvisa. Ferrari ed Exor annunciarono infatti nel settembre 2021 una collaborazione pluriennale con LoveFrom. Ferrari stessa rivendica una nuova architettura elettrica, motori sviluppati internamente, una configurazione a quattro porte e cinque posti, e un linguaggio progettuale fondato su “chiarezza” e “coerenza”.

Ma proprio qui nasce la domanda più interessante per chi si occupa di marketing: si può chiedere a un brand con un immaginario potentissimo di rinunciare a una parte così rilevante del proprio codice per cercare un nuovo mercato?

Il vero tema non sono le vendite, ma il brand

La risposta non è ideologica. La daranno i numeri. Certo, secondo alcune ricostruzioni la Ferrari Luce risulterebbe già esaurita nella sua produzione limitata per il 2026, indicata in circa 500 unità. Tuttavia, conteranno ancora di più la composizione dei clienti, la provenienza geografica della domanda e le eventuali logiche di prelazione sui modelli più “Ferrari”.

Perché è lì che si capirà se la Luce apra davvero una nuova domanda o se diventi una porta laterale per entrare nel club del Cavallino.

La questione del “nuovo mercato” va presa sul serio, ma non accettata come formula difensiva. Dire che un prodotto è pensato per un pubblico diverso non basta a renderlo strategicamente coerente. A volte è vero.

Altre volte diventa un modo elegante per non rispondere alla domanda centrale: questo oggetto costruisce valore per il brand o usa il brand per giustificare un oggetto debole?

Nel caso Ferrari, questa distinzione è decisiva. Perché il Cavallino non vende solo automobili. Vende un sistema di significati: velocità, desiderio, rarità, rumore, Italia, ossessione tecnica, sogno meccanico.

Quando si tocca quel sistema, non si sta facendo solo product innovation.

Si sta rinegoziando un contratto simbolico con il pubblico.

 

Il sentiment social: quando il dissenso diventa parte del lancio

Grazie anche al lavoro di ascolto e lettura del sentiment condotto da La Notari Ricerche, che ringraziamo, emerge un quadro polarizzato ma molto istruttivo: il design esterno è il bersaglio principale, con paragoni ricorrenti alla “saponetta”, all’auto elettrica cinese o a un’ipotetica Apple Car, progetto abbandonato tempo fa proprio da Apple.

Gli interni, invece, raccolgono reazioni più favorevoli, soprattutto per la presenza di comandi fisici e soluzioni meno schiacciate sullo schermo totale.

Ma soprattutto emerge un dato trasversale: nella prima settimana del lancio, i commenti sui canali social ufficiali Ferrari sono sembrati sostanzialmente lasciati a sé stessi.

Migliaia di polemiche, alcune sensate, altre meno, sono rimaste visibili sulle pagine ufficiali del brand. Questo ha generato un effetto preciso: il dissenso non è rimasto fuori dal lancio. È entrato nel lancio.

Questo dato è prezioso perché dice una cosa scomoda: il problema della Ferrari Luce non sembra essere l’elettrico in sé. Il problema è il capitale semantico dell’oggetto.

Il pubblico non sta contestando solo la propulsione.

Sta chiedendo: dov’è la Ferrari?

 

Design Ferrari Luce: tra Apple Car e identità del Cavallino

La scelta di affidarsi a LoveFrom è forse il gesto più coraggioso e insieme più rischioso dell’intera operazione. Perché Jony Ive porta con sé un universo chiarissimo: minimalismo, purezza formale, tecnologia silenziosa, oggetti levigati, interfacce.

Ma Ferrari porta con sé altro: tensione, corpo, rumore, artigianalità meccanica, sensualità italiana, eccesso controllato.

Quando questi mondi si incontrano, può nascere un capolavoro.

Oppure una dissonanza.

La percezione “Apple Car” non va liquidata come battuta da social. Non conta se sia vera. Conta che sia diventata una scorciatoia interpretativa. Se il pubblico vede prima Cupertino e poi Maranello, il brand ha un problema di gerarchia simbolica.

E qui il tema non è solo estetico. È profondamente strategico.

Ferrari ha un vantaggio rarissimo: non deve spiegare chi è. Il mondo lo sa già. Ma proprio per questo ogni deviazione deve essere governata con una lucidità estrema. Se il nuovo linguaggio visivo non viene percepito come evoluzione del Cavallino, ma come innesto esterno, il rischio non è la divisione del pubblico. Quella può persino essere utile.

Il rischio è la perdita di necessità.

Un prodotto divisivo può essere potente. Un prodotto percepito come già visto no.

 

Il commento di Walter De Silva e il problema delle proporzioni

Anche alcune provocazioni presenti nei commenti ipercritici aiutano a leggere il punto, purché ripulite dagli eccessi e dagli insulti.

Nei materiali raccolti viene richiamato il commento attribuito a Walter De Silva, designer con una lunga esperienza nell’automotive, secondo cui il problema non sarebbe semplicemente la bellezza soggettiva dell’auto, ma la mancanza di equilibrio professionale nella carrozzeria: architettura, dimensioni, passo, sbalzi, rapporto tra ruote e volumi.

Nel commento, la Luce viene descritta come un’auto che “non rappresenta nulla a livello automobilistico”.

Questo è un passaggio decisivo. Perché il design, nel caso Ferrari, non è decorazione. È identità in forma fisica. È il modo in cui una carrozzeria dice velocità, tensione, rischio, desiderio, Italia.

Se quella forma viene percepita come anonima, piatta o genericamente tech, il problema non è estetico.

È strategico.

Un’auto non è un telefono con quattro ruote. Non basta renderla liscia, pulita, minimale. Il car design vive di proporzioni, masse, superfici, luce, muscoli, vuoti, sbalzi, postura. Vive di un equilibrio che il pubblico magari non sa nominare, ma sa percepire.

E quando quell’equilibrio manca, la reazione non è solo “non mi piace”.

È peggio: non la riconosco.

 

Italianità, Quirinale e dissonanza simbolica

Anche la cornice istituzionale del lancio aggiunge complessità. La presentazione al Presidente della Repubblica al Quirinale è un segnale di italianità, prestigio e sistema Paese.

Ma proprio questo accostamento rende più evidente la tensione: da un lato Roma, il Quirinale, l’identità nazionale; dall’altro un oggetto percepito da molti come meno italiano, meno carnale, meno Ferrari.

Ferrari sostiene che sia una scelta voluta. Può darsi.

Ma nel marketing non basta voler produrre discontinuità.

Bisogna governare il significato della discontinuità.

 

Numeri tecnici e prestazioni: perché non bastano più

Sul piano tecnico, i numeri sono importanti: quattro motori elettrici, 1.050 cavalli, 0-100 km/h in 2,5 secondi, velocità massima di 310 km/h, batteria da 122 kWh, peso di 2.260 kg e autonomia dichiarata di 530 km a batteria completamente carica.

Ma il punto è che oggi la prestazione elettrica è meno distintiva di quanto Ferrari sia abituata a pensare.

Accelerare brutalmente non basta più a costruire esclusività. Diverse elettriche premium, anche molto meno iconiche, hanno già educato il mercato a numeri impressionanti.

Alcuni “non competitor” cinesi, anche senza tutti i brevetti Ferrari, presentano numeri molto aggressivi. E quel peso così alto, giustificato in parte dal pacco batteria, rende una sportiva meno sportiva nella percezione. Basti pensare al caso Lotus elettrica, dove il cambio tecnico ha inciso anche sullo status simbolico del marchio.

E qui si apre il nodo più profondo: è davvero innovazione?

 

Ferrari Luce e innovazione: rottura vera o maquillage futurista?

Per una nuova generazione, innovare forse non significa solo cambiare motore. Significa ripensare il rapporto con l’auto, il possesso, l’esperienza d’uso, il passaggio tra garage e strada, tra status e accesso, tra collezione e mobilità.

La Ferrari Luce, invece, sembra dichiarare rottura restando dentro uno schema molto tradizionale: auto molto costosa, molto potente, molto esclusiva, molto comunicata.

È una rottura formale, non necessariamente una rottura culturale.

Ed è qui che il tempo del progetto diventa un problema di marketing. Un’auto nata dentro un percorso avviato circa cinque anni fa può arrivare nuova sul mercato, ma vecchia nella testa delle persone. Può essere lanciata come futuro e sembrare già un compromesso. Può essere vestita da oggetto radicale e apparire, invece, come un prodotto prudente con un maquillage futurista non del tutto riuscito.

 

Questo è il gap più pericoloso: il gap tra il tempo dell’azienda e il tempo del mercato.

Le aziende ragionano per cicli di sviluppo, investimenti, piattaforme, partnership, industrializzazione. Il mercato ragiona per percezioni, confronti, saturazione simbolica.

Ciò che cinque anni fa poteva sembrare audace, oggi può essere già normale.

E nel lusso, il normale è una condanna.

Minimalismo, superfici pulite, interfacce, silenzio, prestazioni elettriche, promessa tech, abitabilità: tutti elementi che il mercato ha già metabolizzato. Tesla, Porsche, Mercedes, Lucid, Hyundai, Nio e i player cinesi hanno già occupato molte caselle dell’immaginario elettrico.

La Ferrari Luce arriva quindi in un territorio dove l’effetto sorpresa è più difficile.

E se Ferrari non sorprende, non basta che funzioni.

 

Il caso CX: quando la promessa tecnica diventa un boomerang

Il caso del CX rende bene questa fragilità comunicativa.

Ferrari rivendica per la Luce il coefficiente di resistenza aerodinamica più basso nella storia delle sue vetture stradali, collegandolo a una forte attenzione per l’aerodinamica e per lo spazio interno. Alcune fonti automotive riportano un Cx pari a 0,25.

Ma nei commenti ipercritici il dato viene letto in modo opposto: non come prova di eccellenza, bensì come autogol rispetto ad altre elettriche già presenti sul mercato e spesso più datate.

Il punto non è trasformare un articolo di marketing in una disputa da forum tecnico. Il punto è più interessante: quando un brand enfatizza un elemento tecnico, invita il pubblico a misurarlo.

Se comunichi la cura aerodinamica, il pubblico andrà a confrontare il dato. Se parli di futuro, il pubblico ti confronterà con il futuro già disponibile. Se dici innovazione, devi accettare che qualcuno ti chieda: rispetto a cosa?

Da questo punto di vista, le 300 ore in galleria del vento citate nei commenti diventano un boomerang narrativo. Non perché il lavoro ingegneristico non ci sia stato, ma perché la comunicazione sembra aver creato un’aspettativa che il dato percepito non sostiene abbastanza.

Nei materiali social raccolti, il Cx viene messo a confronto con modelli elettrici già noti e con valori percepiti come migliori, trasformando un argomento tecnico in un argomento critico.

Questo succede quando la promessa è più forte della prova.

 

Il punto debole: non l’elettrico, ma la banalità percepita

Ferrari entra così in una zona delicata. Perché il Cavallino non ha mai venduto solo efficienza. Ha venduto eccedenza. Non ha mai dovuto vincere le tabelle comparative per essere Ferrari.

Ma se nel lancio di una elettrica decide di giocare anche sul terreno dell’efficienza, allora entra nel campo dove altri brand hanno già costruito codici, benchmark e aspettative.

La vera critica, allora, non è che la Ferrari Luce sia sbagliata perché elettrica. Sarebbe una lettura pigra.

La critica più seria è che sia elettrica senza essere culturalmente nuova. Tecnologica senza essere sorprendente. Costosa senza essere inevitabile. Diversa da una Ferrari tradizionale, ma non abbastanza diversa dal resto del mercato.

E forse è proprio qui che la Luce appare più debole: non nella scelta elettrica, ma nella banalità percepita prima ancora del lancio.

Perché la banalità, nel lusso, non coincide con il brutto. Un oggetto può essere formalmente curato e strategicamente banale. Può essere ben fatto e non necessario. Può essere raffinato e non generare desiderio. Può essere avanzato sul piano tecnico e vecchio sul piano simbolico.

Nei commenti raccolti emerge anche un’altra parola chiave: sogno. Al netto del tono ipercritico, il punto è rilevante. Ferrari ha sempre costruito sogno automobilistico; nei commenti, invece, la Luce viene accusata di non far emergere “la leggenda nella leggenda”, cioè quel surplus emotivo che rende una Ferrari più di un prodotto con un Cavallino sul cofano.

Questa è forse la questione più dura per Maranello.

Non basta mettere il logo su un oggetto costoso. Non basta dichiarare che è Ferrari. Non basta dire che è per un pubblico diverso.

Il brand non è un timbro notarile. È una promessa da rinnovare ogni volta.

 

Gestione social Ferrari: quando la moderazione è brand governance

Anche la gestione del lancio lascia spazio a riflessioni. Se Ferrari sapeva di presentare un prodotto divisivo, sorprende la scelta di lasciare che il dissenso corresse così liberamente nei commenti social.

In attesa di una base quantitativa più solida da La Notari Ricerche, la sensazione è che il rumore non sia stato contenuto né trasformato in conversazione guidata.

Questo punto è meno opinabile di altri. Si può discutere all’infinito sul design, sulla direzione creativa, sull’elettrico, sulla fedeltà o meno alla tradizione. Ma la gestione dei commenti sui profili ufficiali è un fatto di governo del brand.

Non si può controllare tutto il web, certo. Ma sulle pagine ufficiali Ferrari ci si aspetterebbe un presidio diverso, soprattutto sapendo che il lancio avrebbe diviso.

Quando un brand come Ferrari non governa il proprio dissenso, quel dissenso diventa parte del lancio.

Qui si vede il problema più chiaramente: il lancio della Luce non ha destabilizzato solo un modello. Ha destabilizzato il marchio nella sua identità. Nei tempi, nei modi, nella capacità di assorbire la critica e trasformarla in racconto.

 

L’intervento dell’AD e il rischio di spiegare troppo

Persino l’intervento dell’amministratore delegato, pensato per contenere l’incendio, ha finito per confermare la difficoltà.

Quando un AD deve spiegare che forse sono “gli europei” a non accettare le novità, il discorso scivola dal prodotto alla pedagogia del pubblico. È un terreno pericoloso.

Perché nel marketing, quando devi spiegare troppo perché un oggetto è avanti, spesso il problema non è il pubblico.

È l’oggetto.

L’innovazione forte non chiede al mercato di essere perdonata. Lo costringe a riorganizzare il proprio desiderio.

La Luce, invece, sembra aver chiesto al pubblico un atto di fiducia preventivo: fidatevi, è Ferrari; fidatevi, è futuro; fidatevi, è per un mercato diverso.

Ma un brand del livello di Ferrari non dovrebbe chiedere fiducia per colmare un vuoto di significato.

Dovrebbe produrre evidenza simbolica.

 

Avvicendamento marketing Ferrari: coincidenza o segnale?

Anche l’avvicendamento al vertice marketing e commerciale entra inevitabilmente in questa lettura.

Ferrari ha annunciato l’uscita di Enrico Galliera, manager che per oltre sedici anni ha guidato l’area marketing e commerciale, affidando il ruolo a Massimiliano Di Silvestre, ex BMW Italia. Ferrari ha respinto qualsiasi collegamento diretto tra l’uscita e le polemiche sulla Luce, presentando il passaggio come una decisione maturata da tempo.

Eppure, nel marketing, la cronologia non è mai neutra.

Si può chiamare avvicendamento, uscita, nuovo capitolo professionale, evoluzione organizzativa. Ma quando l’uomo che ha curato per anni l’immagine e la parte commerciale di Ferrari lascia poco dopo un lancio così controverso, la coincidenza entra nel racconto.

Anche se non è causa, diventa segnale.

Anche se l’azienda nega il nesso, il mercato lo interpreta dentro una sequenza narrativa precisa: lancio divisivo, reazione pubblica negativa, AD costretto a spiegare, cambio al vertice marketing.

Il problema, ancora una volta, non è giuridico o organizzativo.

È semiotico.

Che cosa significa questo passaggio per il brand?

Significa che Ferrari stessa sembra aver percepito la necessità di stabilizzare il marchio in una fase delicata. La scelta di un manager esterno, proveniente dal mondo premium tedesco, è significativa proprio perché non è tipica di Ferrari.

Può essere letta come apertura, come discontinuità, come professionalizzazione ulteriore della macchina commerciale. Ma può anche essere letta come segnale di tensione: il marchio più desiderato del mondo automobilistico ha bisogno di rimettere ordine nella propria narrazione.

 

Hamilton, Leclerc e il problema dei testimonial

Persino l’utilizzo di Hamilton e Leclerc è apparso più come un presidio obbligato che come una testimonianza spontanea.

Non basta mettere due volti potentissimi accanto a un prodotto se il prodotto non trasferisce immediatamente il perché della loro presenza.

Anche qui il problema è di linguaggio.

Un testimonial funziona quando amplifica un significato già leggibile. Se deve compensare un significato incerto, diventa scenografia.

E Ferrari non dovrebbe mai aver bisogno di scenografia per spiegare Ferrari.

 

Ferrari Luce sold-out: successo commerciale o trick di accesso?

Poi ci sono le vendite. E qui bisogna essere molto lucidi.

Alcune ricostruzioni giornalistiche parlano di Ferrari Luce già sold-out, con un target 2026 inferiore alle 500 unità già collocato a meno di due mesi dal lancio e una domanda forte soprattutto da Cina, Silicon Valley e clienti abituati all’elettrico.

Si cita anche un possibile obiettivo di circa 2.500 esemplari entro il 2030, pari a circa 600 unità annue e a una quota ridotta delle vendite complessive Ferrari. L’AD Benedetto Vigna ha parlato di ordini in linea con le aspettative, di interesse da clienti storici e nuovi, e ha definito la Luce una pietra miliare, un’aggiunta al portafoglio, un capolavoro di ingegneria con oltre 60 brevetti.

Tutto questo conta.

Ma non risolve.

Perché non bisogna farsi ingannare dai toni trionfalistici. Vendere poche centinaia di unità di una Ferrari non è, di per sé, la prova che il prodotto abbia rafforzato il brand. È la prova che Ferrari dispone ancora di una potenza commerciale enorme, di una base clienti selezionata, di una scarsità strutturale e di una capacità relazionale che pochi possono eguagliare.

Ma il sold-out, in questo caso, è un indicatore ambiguo.

Se un modello è limitato, se la domanda è filtrata, se l’acquisto può diventare anche una chiave per accedere più rapidamente o più legittimamente ad altri modelli iconici, allora la vendita misura solo in parte il desiderio diretto verso la Luce.

Misura anche il sistema Ferrari. Misura l’accesso. Misura la posizione dentro una gerarchia di clienti. Misura il valore di appartenere al club.

È una leva commerciale legittima.

Ma non va confusa con una vittoria simbolica.

 

Il costo semantico delle vendite

Il vero tema non è se Ferrari riesca a vendere la Luce.

Il vero tema è a quale costo semantico la venda.

Perché il lusso può forzare la domanda, ma non può forzare l’ammirazione. Può distribuire priorità, accessi, liste, relazioni, inviti. Può creare scarsità. Può orientare la clientela.

Ma non può obbligare il pubblico a riconoscere un oggetto come inevitabile.

E infatti qui il problema non è commerciale. È di immagine. È ciò che resta del marchio dopo il lancio.

Una Ferrari può anche essere venduta tutta. Ma se per venderla deve appoggiarsi più al sistema di accesso che al desiderio spontaneo, più alla scarsità che all’evidenza, più alla fedeltà del cliente che alla forza dell’oggetto, allora la domanda da porsi cambia radicalmente.

Non è: quante Luce venderà Ferrari?

È: che cosa avrà consumato Ferrari del proprio capitale simbolico per venderle?

Questo vale ancora di più se si considera il peso tecnico e simbolico dell’auto. Con una batteria enorme e un peso superiore alle due tonnellate, la Luce entra in una categoria mentale diversa da quella che molti associano alla sportività Ferrari.

Può essere veloce, potentissima, sofisticata. Ma l’idea di Ferrari, per molti, resta legata a leggerezza percepita, reattività, tensione, corpo, meccanica, suono, rapporto quasi fisico con la strada.

Quando un’auto a cinque posti, pesante, silenziosa e formalmente levigata porta il Cavallino, il tema non è più solo la prestazione.

È la compatibilità tra forma tecnica e mito.

 

Il confronto con i player cinesi e il peso del mito

Anche qui il confronto con i player cinesi e con altri marchi elettrici diventa scomodo.

Al di là dei brevetti e dell’eccellenza ingegneristica dichiarata, molte caratteristiche che Ferrari presenta come avanzate sono già entrate nel repertorio competitivo di altri produttori.

In alcuni casi, almeno nella percezione pubblica, la Luce sembra dietro prodotti elettrici molto meno mitologici ma più aggressivi sul piano tecnico, aerodinamico o tecnologico.

E se una Ferrari deve essere difesa con i brevetti, forse il racconto è già debole.

 

Conclusione: Ferrari Luce aumenta il mito o lo consuma?

La verità è che Ferrari può permettersi quasi tutto.

Ma non può permettersi di assomigliare troppo ad altro.

E soprattutto non può permettersi di presentare come futuro qualcosa che una parte del mercato percepisce già come passato.

La Luce venderà? Probabilmente sì. Forse lo sta già facendo meglio di quanto molti critici vorrebbero ammettere. Ferrari ha una forza commerciale, simbolica e relazionale che pochi brand al mondo possono anche solo immaginare.

Ma il successo commerciale non chiude la questione strategica.

Nel lusso, vendere un prodotto non significa necessariamente rafforzare un mito.

A volte significa solo monetizzarlo.

La domanda vera è un’altra: la Ferrari Luce aumenta il mito Ferrari o lo usa come garanzia per attraversare un territorio in cui Ferrari non è ancora semanticamente dominante?

Perché il rischio non è che il pubblico “non capisca” la Ferrari Luce perché è troppo avanti.

Il rischio è più sottile.

Che la capisca benissimo.

E che, proprio per questo, non la riconosca fino in fondo come Ferrari.

La domanda finale, quindi, non è se Ferrari troverà acquirenti.

La domanda è più scomoda: Ferrari ha lanciato il proprio futuro o ha provato a far sembrare futuro un progetto già vecchio?

Perché la vera innovazione non è arrivare sul mercato con una tecnologia diversa.

È arrivare con un significato inevitabile.

E qui, per la prima volta, Ferrari sembra meno inevitabile di quanto il suo marchio lasci immaginare.

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Ecco come competere con chi ne ha più di te
17 Marzo 2026|Marketing BasicMarketing ResearchMarketing Trend

Ecco come competere con chi ne ha più di te

Ecco come competere con chi ne ha più di te

Perché i brand piccoli fanno più fatica (e cosa fare davvero per competere)

C’è una frase che mi sento ripetere spesso quando parlo con imprenditori e manager di PMI.

Il problema è che noi non abbiamo il budget dei grandi.”

È una frase comprensibile. Ma quasi sempre nasconde un errore di prospettiva.

Perché quando un’azienda si percepisce più piccola dei suoi concorrenti, la reazione naturale è quasi sempre la stessa: spingere ancora di più sulla performance.

Fare più campagne. Più lead. Più conversioni. Più pressione commerciale.

L’idea è semplice: se non possiamo competere sulla dimensione, dobbiamo competere sull’aggressività. Solo che il marketing – quello studiato davvero sui dati – racconta una storia molto diversa.

 

La legge che molti imprenditori non conoscono

Nel marketing esiste una regolarità empirica osservata in decine di mercati e categorie: la legge della Double Jeopardy. Il fenomeno fu identificato già negli anni ’70 dal ricercatore Andrew Ehrenberg, il cui lavoro ha dimostrato che nei mercati competitivi i brand piccoli
soffrono quasi sempre di una doppia penalità: meno acquirenti e minore frequenza di acquisto. Una regolarità empirica che il Ehrenberg-Bass Institute for Marketing Science continua a osservare in mercati di tutto il mondo.

È una delle leggi più solide della scienza del marketing. E anche se il termine deriva da questo studio, è famosa la sua applicazione nell’industria del cinema, come mi ricordava Francesco Galvani. La Double Jeopardy, infatti, si vede perfino a Hollywood: gli attori più celebri ottengono più ruoli e cachet più alti perché la fama, come la forza di marca, rende la scelta più facile, più sicura e quindi più probabile.

E dice una cosa molto semplice: i brand più piccoli non solo hanno meno clienti, ma hanno anche clienti meno fedeli. È una doppia penalizzazione.

Da un lato hai meno penetrazione, cioè meno persone che acquistano il tuo brand almeno una volta. Dall’altro lato hai anche una frequenza di acquisto più bassa.

Questo significa che non stai semplicemente partendo svantaggiato.  Stai partendo doppiamente svantaggiato.

Ed è proprio questo il punto che molti sottovalutano quando progettano le strategie di marketing.

 

Il vero vantaggio dei brand grandi

A questo punto molti imprenditori mi fanno la stessa domanda.

Ma perché succede?

La risposta non è nella tecnologia. Non è nemmeno nel prodotto. La risposta è nella psicologia umana. Le persone non prendono decisioni analizzando tutte le opzioni in modo razionale. Sarebbe impossibile.

Il nostro cervello usa scorciatoie cognitive. Una delle più potenti è la familiarità.

Quando un brand è più noto:

  • È più facilmente richiamabile nella memoria,
  • appare più affidabile,
  • riduce l’incertezza percepita.

E quando l’incertezza diminuisce, succede una cosa molto semplice: la probabilità di scelta aumenta. È il motivo per cui alcuni marchi sembrano sempre avere una corsia preferenziale nella mente delle persone.

Non necessariamente perché sono migliori. Ma perché sono più presenti mentalmente.

 

Il riflesso sbagliato delle PMI

Qui arriva uno degli errori strategici che vedo più spesso. Molte PMI reagiscono alla loro dimensione puntando quasi tutto sulla conversione immediata.

È il regno delle tattiche:

  • Campagne di performance.
  • Promozioni.
  • Sconti.
  • Lead generation.

Tutte attività legittime. Tutte utili nel breve periodo. Ma quando diventano l’unica strategia succede una cosa pericolosa: si combatte una battaglia nel punto più debole del brand.

Perché ogni azione di performance richiede che il cliente sia già disposto a considerarti. Se non esisti nella sua memoria, convertire diventa molto più costoso.

È come cercare di vendere qualcosa a qualcuno che non sa nemmeno che esisti.

 

La crescita vera di un brand

Qui entra in gioco uno dei principi più importanti del marketing moderno.

I brand crescono soprattutto aumentando la base clienti, non aumentando la fedeltà di pochi clienti esistenti.

In altre parole: la crescita passa dalla penetrazione. Non dalla loyalty.

Questo significa che un brand che vuole crescere deve lavorare prima di tutto su ciò che lo rende riconoscibile, memorabile e facilmente richiamabile. Significa investire in elementi che spesso vengono sottovalutati:

  • un posizionamento chiaro
  • una distintività visiva forte
  •  una comunicazione coerente nel tempo
  • una presenza costante nella mente del mercato

Sono tutti elementi che non producono risultati immediati. Ma costruiscono qualcosa di molto più potente: struttura.

 

Performance e brand non sono nemici

Qui spesso nasce un equivoco. Quando parlo di costruzione di brand, qualcuno pensa che sia una contrapposizione alla performance. Non è così.

La performance è fondamentale. È quella che genera ossigeno nel breve periodo. Ma se resta da sola diventa fragile.

Perché la performance produce picchi di risultati. Il brand costruisce stabilità nel tempo.

Le aziende che crescono davvero sono quelle che riescono a lavorare su entrambi i fronti.

 

Competere quando gli altri hanno più risorse

La vera lezione è questa: se sei piccolo, non puoi vincere copiando le strategie dei grandi. Devi cambiare il modo in cui pensi la competizione.

Non devi semplicemente fare marketing. Devi costruire un sistema di marketing.

E qui vale la pena fermarsi un attimo, perché questa è una delle espressioni più abusate – e meno comprese – nel mondo del marketing.

Molti pensano che il marketing sia una sequenza di attività: una campagna, qualche contenuto social, una landing page, una sponsorizzata. Un insieme di iniziative più o meno coordinate. In realtà, quando un’azienda cresce davvero grazie al marketing, dietro non c’è una serie di azioni.

C’è un sistema progettato per produrre risultati nel tempo. Un sistema che non dipende dall’idea brillante del momento, ma da una struttura che lavora costantemente su tre aree fondamentali:

 

1) Aumentare la presenza mentale del brand

La prima funzione di un sistema di marketing è semplice da dire, ma molto difficile da costruire: entrare stabilmente nella memoria delle persone.

Il marketing non è solo generare domanda nel momento in cui qualcuno è pronto a comprare. È essere presenti prima di quel momento.

Le persone acquistano raramente in modo impulsivo su categorie importanti. Prima osservano, ricordano, confrontano. E quando arriva il momento della scelta, pescano quasi sempre tra i marchi che riconoscono già.

Ecco perché i brand forti lavorano sulla cosiddetta mental availability: la disponibilità mentale del marchio. Questo significa costruire nel tempo una serie di elementi che rendono il brand facile da ricordare:

  • messaggi chiari e ripetuti nel tempo
  • codici visivi distintivi
  • associazioni mentali coerenti
  •  una presenza costante nei canali rilevanti

Non è un lavoro spettacolare. È un lavoro cumulativo.

Ogni contenuto, ogni campagna, ogni esperienza contribuisce a rafforzare la traccia del brand nella mente del mercato.

 

2) Ridurre il costo di acquisizione nel tempo

Quando il brand diventa più presente nella mente delle persone, succede qualcosa di molto interessante dal punto di vista economico. Il costo per acquisire un cliente inizia a scendere.

Un’azienda senza notorietà deve convincere ogni singolo cliente da zero. Deve spiegare chi è, dimostrare credibilità, ridurre l’incertezza. Un brand conosciuto invece parte già con un vantaggio psicologico.

Il cliente:

  •  Ha già sentito parlare del marchio
  •  lo riconosce visivamente
  • lo percepisce come più affidabile

Di conseguenza la conversione diventa più facile. Questo significa che, nel tempo, il sistema di marketing genera efficienza economica. Le stesse attività di acquisizione producono risultati migliori.

 

3) Rendere il marchio sempre più facile da scegliere

L’ultimo elemento è forse il più importante.

Un sistema di marketing efficace non deve rendere il brand solo più visibile.

Deve renderlo più facile da scegliere.

Quando una persona si trova davanti a diverse alternative, la scelta non avviene quasi mai dopo un’analisi approfondita. Avviene spesso attraverso segnali rapidi:

  • familiarità
  • chiarezza di posizionamento
  • percezione di affidabilità
  • riconoscibilità immediata

Un sistema di marketing lavora proprio su questi segnali.

  • Rende il brand più semplice da capire.
  • Più semplice da ricordare.
  • Più semplice da preferire.

In altre parole, riduce lo sforzo cognitivo della scelta.

 

Il cuore di tutto: la progettazione strategica

Ed è qui che arriviamo al punto più importante. Tutto questo non si costruisce con una campagna.

Una campagna può generare traffico. Può generare lead. Può generare vendite. Ma non costruisce da sola la struttura mentale di un brand. Per farlo, serve una progettazione strategica. 

Serve definire con chiarezza:

  • Il posizionamento competitivo.
  • I codici distintivi del brand.
  • La narrativa che guiderà la comunicazione nel tempo.
  • L’architettura dei canali.
  • Il ruolo rispettivo di brand building e performance marketing.

È un lavoro molto più vicino all’ingegneria che alla creatività. Perché il marketing, quando funziona davvero, non è la somma delle campagne.

È il sistema che rende le campagne sempre più efficaci nel tempo.

 

Il punto finale

Quando lavoriamo con le aziende su questi temi, cerco sempre di spostare la conversazione da una logica di reazione a una logica di progetto.

Perché competere con chi ha più budget non significa urlare più forte. Significa diventare più facilmente scelti.

E per arrivarci il percorso è quasi sempre lo stesso:

  • a) prima il posizionamento
  • b) poi la struttura
  • c) poi l’esecuzione

La competizione, alla fine, non si vince reagendo. Si vince progettando.

Hai dubbi? Sono ad un click da te: info@playmarketing.ch

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Il primo vero scopo del marketing
3 Marzo 2026|Marketing BasicMarketing Trend

Il primo vero scopo del marketing

Il primo vero scopo del marketing

Negli ultimi anni ho visto il marketing diventare sempre più sinonimo di persuasione. Funnel sempre più sofisticati. Leve mentali. Copy aggressivo. Offerte a tempo. Countdown ovunque.

Come se l’unico obiettivo fosse spingere qualcuno a comprare subito.

Questa semplificazione mi preoccupa. Perché riduce una disciplina complessa a una sequenza di tecniche tattiche.

Io la vedo diversamente.

Il primo vero scopo del marketing non è convincere qualcuno oggi.
È aumentare la probabilità di essere scelti nel tempo.

Non è una sfumatura teorica. È la differenza tra promozione e strategia. Tra pressione commerciale e costruzione di valore.

 

Marketing e vendite: smettiamo di confonderli

Una delle confusioni più diffuse che incontro nelle aziende riguarda la differenza tra marketing e vendite.

Le vendite lavorano nella fase finale: trattativa, negoziazione, chiusura. Il marketing agisce molto prima, quando il cliente non è ancora in trattativa ma sta formando percezioni, associazioni, preferenze.

In modo molto semplice:

  • Le vendite convertono domanda esistente.
  •  Il marketing costruisce le condizioni affinché quella domanda si orienti verso un
    brand.

Quando queste due funzioni vengono sovrapposte, il marketing perde profondità e diventa un semplice strumento di supporto commerciale.
Si chiede al marketing di “convincere meglio” invece di progettare meglio.

Convincere può generare risultati immediati. Costruire presenza mentale genera risultati duraturi.

E nel lungo periodo vince sempre la seconda.

 

Il marketing è una disciplina probabilistica

Il marketing strategico non offre garanzie individuali. Lavora su dinamiche collettive e probabilistiche.

Questo significa una cosa molto chiara: il mio lavoro non è controllare il comportamento delle persone. È influenzare le condizioni in cui le decisioni vengono prese.

Quando parlo di probabilità di scelta, parlo di questo:

  • Posizionamento chiaro e distintivo
  • Coerenza nel tempo
  • Continuità della comunicazione
  • Riconoscibilità visiva
  • Credibilità costruita progressivamente

Più un brand è familiare e coerente, minore è l’incertezza percepita dal cliente. E quando l’incertezza diminuisce, la probabilità di scelta aumenta.

Questo è marketing.

Non pressione. Non manipolazione. Non forzatura. È progettazione sistemica delle condizioni di scelta.

 

Il limite di un marketing orientato solo alla performance

Sia chiaro: le campagne aggressive funzionano.
La performance marketing è necessaria. Genera risultati nel breve termine e garantisce flusso commerciale.

Il problema nasce quando diventa l’unico orizzonte decisionale.

Se ogni trimestre devo trovare uno stimolo più forte del precedente, sto entrando in una
spirale pericolosa:

  • Il prezzo diventa l’argomento principale.
  • La differenziazione si assottiglia.
  • La marginalità si comprime.

Un marketing basato esclusivamente sulla performance produce picchi temporanei. Non consolida una posizione strutturale nel mercato.

La performance senza progetto crea dipendenza.
Il progetto crea stabilità.

E la stabilità è ciò che permette di crescere in modo sostenibile.

 

Marketing come progettazione di sistema

La domanda che pongo sempre ai miei clienti non è: “Che campagna facciamo il prossimo trimestre?”

La domanda è un’altra: Come costruiamo un sistema che renda questo brand più facilmente scelto nel
tempo?

Un sistema significa lavorare su:

  • Strategia di posizionamento
  • Architettura di marca
  • Coerenza tra promessa e proposta
  • Governance dell’esecuzione
  • Continuità nei canali rilevanti

Il marketing non è una sequenza di azioni isolate. È un sistema integrato progettato per accumulare valore nel tempo.

Quando lo trattiamo come disciplina di progettazione, smette di essere rumore e diventa leva competitiva.

 

Sistema, non episodi

In Playmarketing non partiamo dalle campagne. Partiamo dal progetto:

  • Sistema prima della performance.
  • Posizionamento prima della promozione.
  • Architettura prima dell’esecuzione.

Perché il marketing non è pressione commerciale. È costruzione intenzionale di probabilità nel tempo.

Se vuoi rendere il tuo brand più facilmente scelto – non solo più visibile per qualche settimana – parliamone insieme.

Io e il team di Playmarketing progettiamo sistemi, non episodi. Basta un click, proprio qui: info@playmarketeting.ch

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2026 playbook: che cosa possiedi davvero?
8 Gennaio 2026|Marketing ResearchMarketing Trend

2026 playbook: che cosa possiedi davvero?

2026 playbook: che cosa possiedi davvero?

I must-have di marketing strategy che non puoi più rimandare

Il 2026 non è “l’anno prossimo”. È una linea di confine.
Non perché l’intelligenza artificiale sia arrivata all’improvviso, ma perché ha cambiato silenziosamente le regole del business, del marketing e della leadership. Quando strategie, contenuti, scenari e piani diventano facili da generare, il vero vantaggio competitivo si sposta. Non è più la velocità. Non è più la creatività. È la ownership.

Questo schema lo vedo spesso. Non si rompe nulla. I sistemi “pensati prima” vanno live. Le dashboard sembrano ok. I costi iniziali restano sotto controllo. Poi inizia l’uso reale dei progetti. I comportamenti cambiano. Emergono i casi limite. Le strategie vengono assorbite dalle “operation”.

Le premesse fatte al lancio di una campagna, di un prodotto o di un servizio scadono in silenzio. Sei mesi dopo, il management si fa le domande sbagliate: perché è diventato lento? Perché costa di più? Perché le persone lo aggirano?

Ecco perché serve un playbook per il 2026. Non per adottare altra AI, ma per chiarire che cosa i leader devono continuare a possedere, prima che quell’ownership svanisca per inerzia.

Checklist must-have 2026 (per imprenditori e marketing leader)

1. Architecture first, sempre

Nel 2026 l’architettura non è più un deliverable IT: è una scelta di leadership. I sistemi di marketing guidati dall’AI evolvono dopo il go-live, spinti dall’uso reale e non dai piani di progetto. Stack martech, CRM, flussi dati e automazioni vanno progettati come sistemi vivi. Se l’architettura presuppone stabilità, il debito strategico inizia ad accumularsi dal primo utilizzo.

2. La semantica conta più della potenza dell’AI

L’AI non “capisce” il tuo business: riconosce pattern. Senza un livello semantico condiviso — definizioni chiare di dati, intenti, metriche di successo e significato — l’AI riempie i vuoti con probabilità. Nel marketing questo porta a messaggi incoerenti e insight distorti. Progettare il significato oggi vale più che aggiungere strumenti.

3. L’ownership delle decisioni è non negoziabile

L’AI genera opzioni infinite. La pressione scompare. Ed è qui il rischio. Le idee deboli non falliscono più presto: vengono rifinite, allineate, approvate. Nel 2026 guidare significa forzare eliminazioni, assegnare un owner chiaro a ogni decisione e dichiarare esplicitamente i trade-off. Se nessuno può dire “l’ho deciso io”, non c’è strategia: c’è deriva.

4. Essere data-driven significa possedere i dati di base, non le dashboard

Tutti si dichiarano data-driven. Pochissimi lo sono davvero. Le policy sulla privacy riducono l’accesso ai dati delle piattaforme. I social sono pieni di account falsi o a basso segnale. Le fonti interne — CRM, ERP — raccontano solo ciò che è già successo dentro l’azienda.
L’esperienza mi ha insegnato che il vero vantaggio sta nei dati di base: dati quantitativi solidi, idealmente arricchiti da insight qualitativi, che descrivono come le persone scelgono, spendono, si comportano nel mondo reale. Questo è cruciale quando l’AI supporta le decisioni. La domanda vera diventa: su quali dati stiamo allenando l’AI?
Ecco perché collaborazioni come Playmarketing × Mastercard fanno la differenza: dati transazionali verificati che permettono di ancorare strategia e design alla realtà, non alle supposizioni. In un mondo di ragionamento automatico, possedere dati affidabili significa possedere la verità che l’AI amplificherà.

5. Formare i junior, non solo aggiornare i senior

L’automazione elimina il lavoro “inefficiente” dove si formava l’esperienza: bozze, analisi, affiancamento, decisioni a basso rischio. Se i junior vedono solo output rifiniti dall’AI, il giudizio non si sviluppa. Le organizzazioni che vinceranno manterranno consapevolmente alcune attività manuali per costruire competenze reali. L’esperienza non si automatizza e non si recupera dopo.

6. Gli AI agent sono un nuovo livello di forza lavoro

Gli agent non sono tool: sono attori operativi. Eseguono flussi, influenzano decisioni, producono effetti. Come le persone, hanno bisogno di ruoli, costi, KPI, governance e valutazioni. Se non sai spiegare cosa fa un agent e chi ne possiede l’output, non lo stai controllando.

7. La competenza batte la conoscenza

L’AI ha reso la conoscenza abbondante. Ciò che resta raro è la competenza: saper scegliere, spiegare “perché” e assumersi la responsabilità quando l’automazione era “quasi sempre giusta”. Il vantaggio competitivo oggi è il giudizio, non l’informazione.

8. Forzare i vincoli nella leadership

L’AI moltiplica le opzioni. La strategia le riduce. La vera prova del 2026 è autoimporre vincoli: tagliare strade quando nessuno ti obbliga, scegliere prima quando rimandare sembra più sicuro, possedere le perdite quanto i successi.

9. La sicurezza è diventata protezione del brand

Le falle di sicurezza non sono più incidenti tecnici: sono eventi reputazionali. In un ecosistema automatizzato, violazioni e abusi erodono la fiducia in modo immediato. Per il marketing, la sicurezza non è più un tema di backend: è credibilità di marca.

10. Il sito è il tuo motore di reputazione per l’AI

L’AI costruisce la sua idea della tua azienda partendo da ciò che può leggere in modo affidabile. I social sono rumorosi e instabili. Il sito è stabile, indicizzabile, archiviabile. Se è generico o fermo, l’AI ti descriverà così. Nel 2026 il sito non è solo branding: è governance di come le macchine parlano di te.

Perché tutto questo conta nel 2026

Il cambiamento incrementale è finito. I sistemi guidati dall’AI scalano con l’uso, non con le persone. Cambiano il comportamento dopo il lancio e spostano continuamente la risposta “giusta”. L’architettura non è più statica. La leadership non è più implicita. Il marketing non è più solo esecuzione: è design organizzativo.

La domanda scomoda resta: che cosa possiedi ancora davvero?
Le decisioni – o solo le approvazioni?
L’apprendimento delle persone – o solo i KPI di produttività?
La narrativa del brand – o un riassunto generato dall’AI?

In Playmarketing non partiamo dagli strumenti. Partiamo dall’ownership. Strategia prima dell’esecuzione. Architettura prima dell’automazione. Semantica prima dell’AI. Perché il marketing, nel profondo, è costruzione intenzionale di significato. Ed è il significato che crea bellezza e desiderio attorno a un brand.

Se vuoi capire cosa significa davvero possedere il tuo brand nel 2026,
se vuoi parlarne con Gianni Vacca e il suo team Playmarketing, scrivi qui.

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Il fornitore di servizi web raccoglie e memorizza le informazioni automaticamente nei cosiddetti file di log del server che vengono trasmessi automaticamente dal browser. Questi sono: Tipo di browser e versione del browser, sistema operativo utilizzato, URL di riferimento, indirizzo IP, host name del computer che accede, tempo di richiesta del server.
Ci riserviamo il diritto di verificare i dati in un secondo momento qualora vi siano indicazioni sull’utilizzo illegale del sito.

13. Google Maps
Il nostro sito web utilizza (se presente) l’API di Google Maps per rappresentare visivamente le informazioni geografiche. Quando si utilizza Google Maps, i dati relativi all’utilizzo delle funzioni della mappa da parte dei visitatori del sito web sono raccolti, elaborati e utilizzati da Google. È possibile trovare informazioni dettagliate sul trattamento dei dati da parte di Google nella Privacy Policy di Google, reperibile all’indirizzo:

www.google.com/privacypolicy.html.

14. Monitoraggio delle conversioni di Google Adwords
Nel presente sito utilizziamo il programma di pubblicità online “Google Adwords”. Se si fa clic su un annuncio inserito da Google, sul tuo computer viene inserito un cookie di tracciamento delle conversioni (“conversione cookie”). Questi cookies perdono la validità dopo 30 giorni, non contengono dati personali e quindi non consentono alcuna identificazione personale. Se si visitano alcune pagine web del nostro sito e il cookie non è ancora scaduto, Google e noi siamo in grado di capire che era stato fatto click sulla pubblicità e si è stati reindirizzati a questa pagina. Ogni cliente AdWords di Google riceve un cookie diverso.
Quindi, non v'è alcuna possibilità che i cookie possono essere monitorati utilizzando i siti web dei clienti AdWords. Le informazioni raccolte con l'aiuto di cookie di conversione aiuta nella creazione di statistiche di conversione per i clienti AdWords che hanno optato per il monitoraggio delle conversioni. Qui, i clienti scoprono il numero totale di utenti che hanno cliccato sul loro annuncio e sono stati reindirizzati ad una pagina dotata di un tag di monitoraggio delle conversioni. Tuttavia, da essi non si ottiene alcuna informazione con cui l'utente può essere identificato personalmente. Se si desidera disattivare il cookie di monitoraggio delle conversioni, è possibile impostare il proprio browser (modalità disattivata) in modo tale che i cookie del seguente dominio siano bloccati: “googleadservices.com”. In tal modo, non saranno inseriti nelle statistiche di monitoraggio delle conversioni. Ulteriori informazioni e la dichiarazione di protezione dei dati di Google sono disponibili all'indirizzo:
https://www.google.com/policies/technologies/ads

15. Crittografia SSL
Questo sito web utilizza (se presente) la crittografia SSL per ragioni di sicurezza e per la protezione della trasmissione dei contenuti riservati, come ad esempio le richieste che ci inviate attraverso il sito web. È possibile riconoscere una connessione crittografata dalla presenza sulla barra degli indirizzi del browser della dicitura "https: //" e dalla contestuale presenza del simbolo del lucchetto. Quando la crittografia SSL è attiva, i dati trasmessi non possono essere letti da terzi.

16. Diritto di informazione, cancellazione e opposizione
L’utente ha il diritto di essere informato su: l’esistenza dei propri dati personali salvati, l’origine, i destinatari, le finalità del trattamento dei dati. L’utente ha inoltre il diritto di opporsi al trattamento, richiederne la limitazione o richiedere la cancellazione dei dati. Per domande relative a questo argomento o per altre domande sui dati personali, non esitate a contattarci all'indirizzo email indicato nei dati di contatto del Titolare del trattamento.

17. Diritto di ricorso ad un’autorità di controllo
L’interessato ha il diritto di proporre reclamo a un’autorità di controllo. In Italia l’autorità di controllo è il Garante per la protezione dei dati personali di cui si indicano i seguenti contatti:
Garante Per La Protezione Dei dati Personali: Piazza di Monte Citorio n. 121 - CAP: 00186 ROMA - Fax: (+39) 06.69677.3785
Centralino telefonico: (+39) 06.696771 - E-mail: garante@gpdp.it

18. Tutela dei vostri dati personali
Per la protezione dei tuoi dati personali da noi trattati contro l'accesso e l'uso improprio e non autorizzato, abbiamo adottato ampie misure di sicurezza tecniche e operative, che sono regolarmente verificate e aggiornate.
L’elaborazione dei tuoi dati personali è gestita allo scopo di migliorare il nostro servizio clienti, o per motivi tecnici ed è realizzata attraverso misure appropriate di protezione in conformità con le disposizioni del Regolamento Generale di Protezione dei Dati(GDPR). Si prega di notare che, pur adottando le maggiori misure possibili per garantire una trasmissione sicura dei dati, la trasmissione dei dati attraverso Internet, non è completamente sicura. La sicurezza dei dati trasmessi ai nostri siti web non può quindi essere garantita.
In caso dovessimo modificare le nostre linee guida sulla protezione dei dati, pubblicheremo le modifiche su questo sito. Di conseguenza, sarà possibile in qualsiasi momento, conoscere quali informazioni raccogliamo e come le utilizziamo.
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