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Imprenditori digitali: blogger e influencer
4 Agosto 2022|Marketing BasicMarketing Trend

Imprenditori digitali: blogger e influencer

Imprenditori digitali: blogger e influencer

Iniziato il mese delle ferie, ma noi non vi abbandoniamo mai. Oggi, sul blog di Playmarketing, vogliamo raccontarvi la storia imprenditoriale digitale di una delle influencer più famose al mondo. Continua la lettura con noi qui sotto!

Imprenditori digitali: blogger e influencer

Chiara Ferragni può piacere oppure no, ma è stata in assoluto la prima italiana a sfondare nel mondo dell’imprenditoria digitale. La sua vita pubblica ha portato vantaggi economici a lei, in primis, e poi a tutti i suoi sponsor e stakeholders.

L’inizio della carriera da blogger

Ancora studentessa, Chiara Ferragni insieme, con l’allora compagno, Riccardo Pozzoli lanciano il blog “The Blonde Salad”. Ventiduenne, inizia a raccontare di sé e della sua vita online ad una cerchia inizialmente ristretta di follower e poi man mano sempre più grande.
Da semplici racconti della quotidianità, Chiara inizia a dare consigli di stile e di moda sui migliori outfit di tendenza. Dopo solo un anno dalla nascita del suo blog viene invitata come ospite agli MTW Trl Awards dove presenta la sua prima linea di scarpe.
Negli anni si sono susseguiti importanti successi, come la segnalazione su Vogue come la “blogger of the moment”, il libro “The Blonde Salad, consigli di stile della fashion blogger più seguita dal web”, il successivo fidanzamento con Fedez, il matrimonio e i figli e chissà ancora cosa ci riserverà il futuro.

La popolarità e il business milionario

Da quello che inizialmente era una scommessa o il sogno di una ragazzina, ora l’azienda fattura all’incirca 40 milioni di euro l’anno, cifra raggiunta in soli 4 anni. I canali social sono ovviamente la fonte primaria del guadagno con 26 milioni di follower su Instagram e 5 milioni di fan su TikTok.
Compare sulla rivista americana New York come “One of the biggest breakout street-style stars of the year”. Poi il Financial Times la inserisce tra i protagonisti femminili del lusso digitale, oltre alla presenza nella classifica under 30 di Forbes. Realizza con Evian la prima bottiglia d’acqua per il mercato luxury, viene prodotto un documentario sulla sua vita “Unposted” stimato per un valore di 10 milioni, poi arriva la serie Amazon Prime distribuita in 240 paesi.

Strategie di marketing

Tutto questo successo e fama ha trasformato radicalmente l’interpretazione di eventi privati e vita quotidiana come veri e propri strumenti di business digitali. Si conta che un post di Chiara Ferragni costi fra i 60 e 85 mila dollari.
Anche il solo matrimonio con sponsor ufficiali, tra cui BMW, Alitalia, Versace, Dior, Trudi e Diesel, sia stato un affare social con un Media Impact Value da 36 milioni di dollari.

Numeri da capogiro, non trovi? E tu hai in mente un’idea da lanciare online, noi ti possiamo aiutare per renderla sicuramente di successo. Contattaci per saperne di più.

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Google Analytics è illegale per la privacy?
1 Agosto 2022|Non solo MarketingWeb Marketing

Google Analytics è illegale per la privacy?

Google Analytics è illegale per la privacy?

Google Analytics è illegale per la privacy? Scopri con quali software sostituirlo!

Le aziende di tutto il mondo utilizzano Google Analytics per raccogliere dati sui visitatori del sito web, le recenti decisioni normative europee hanno messo a repentaglio il futuro dell’utilizzo di GA in Europa e di conseguenza di tutto il sistema di tracciamento ad esse collegato.

 

Qual è il problema dell’UE con Google Analytics?

Quando un’azienda utilizza Google Analytics, i dati vengono memorizzati ed elaborati dai server di Google negli Stati Uniti. Questo trasferimento di dati dall’Europa agli Stati Uniti è stato un punto di contesa per diversi regolatori europei.

In particolare, ci sono preoccupazioni su come i servizi di intelligence statunitensi siano in grado di accedere ai dati personali dei cittadini europei senza le protezioni richieste da diverse leggi europee sulla privacy dei dati.

 

Il problema del Trasferimenti di dati UE-USA 

Nel corso degli anni sono stati sviluppati numerosi accordi, quadri e regole per tentare di consentire la condivisione sicura dei dati dell’UE con gli Stati Uniti. Tuttavia, poiché le normative sulla privacy dei dati sono cresciute nel corso degli anni e l’attenzione è stata prestata ai trasferimenti di dati, questi accordi hanno subito sfide legali.

 

Le sentenze europee sulla privacy

L’autorità austriaca per la protezione dei dati ha stabilito che l’uso di Google Analytics viola il GDPR, è stato determinato che le misure tecniche messe in atto da Google Analytics, tra cui la limitazione dell’accesso ai data center e la crittografia dei dati mentre si spostano in tutto il mondo, non fanno abbastanza per impedire che vengano potenzialmente raccolte dalle agenzie di intelligence statunitensi. Google è stato in grado di accedere ai dati in testo normale. Questo ID univoco generato da GA è considerato un dato personale ai sensi del GDPR. Pertanto, l’utilizzo di Google Analytics coinvolge dati personali che non sono protetti da potenziali sorveglianza.

Tale trasferimento è stato ritenuto illegittimo in quanto non esisteva un livello di protezione adeguato per i dati personali trasferiti afferma Matthias Schmidl, vicecapo del regolatore di dati austriaco, ha anche aggiunto che gli operatori di siti Web non possono utilizzare Google Analytics ed essere conformi al GDPRL’autorità francese per la protezione dei dati (CNIL) ha raggiunto una decisione simile.

La CNIL ha deciso che l’uso di Google Analytics da parte di un sito Web francese senza nome non è conforme al GDPR in quanto viola l’articolo 44 (che copre i trasferimenti di dati personali dall’UE a paesi che non dispongono di protezioni della privacy essenzialmente equivalenti, come gli Stati Uniti). La dichiarazione ufficiale della CNIL è che i trasferimenti verso gli Stati Uniti “al momento non sono sufficientemente regolamentati” a causa dell’assenza di una decisione di adeguatezza UE-USA (un meccanismo che consentirebbe il trasferimento dei dati). Per questo motivo, esiste un rischio per i visitatori di siti Web francesi quando visitano siti Web con GA.

L’autorità ha osservato che le misure aggiuntive adottate da Google per regolamentare i trasferimenti di dati di Google Analytics “non sono sufficienti per escludere l’accessibilità di questi dati per i servizi di intelligence statunitensi”.  

 

L’intervento del garante europeo della protezione dei dati 

In seguito ad una complessa istruttoria, il 23 giugno 2022 il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato un Provvedimento, con cui comunica che il trasferimento di dati personali al di fuori dell’UE effettuato dagli utilizzatori di Google Analytics è da considerarsi illecito. Allineandosi con la decisione della CNIL, il Garante Privacy ha dunque sostenuto che l’utilizzo di Google Analytics non è conforme al GDPR. L’autorità ha adottato un primo provvedimento nei confronti di un editore specifico, ma la questione interessa molti altri siti web.

Quali sono i dettagli di questa pronuncia?

Nel provvedimento, il Garante ha rilevato che l’utilizzo di Google Analytics da parte dell’editore web ha portato alla raccolta di molti tipi di dati dell’utente, inclusi indirizzo IP del dispositivo, informazioni sul browser, sistema operativo, risoluzione dello schermo, selezione della lingua, oltre alla data e all’ora della visita al sito: il Garante ha documentato come tutte queste informazioni siano state trasferite negli Stati Uniti senza l’applicazione di adeguate misure supplementari per adeguare il livello di protezione al necessario standard giuridico dell’ue.

Il Garante Privacy ha concesso all’editore in questione (la società Caffeina Media Srl) 90 giorni per correggere la violazione di conformità. Ma la decisione ha un significato più ampio in quanto ha anche avvertito altri siti web locali che utilizzano Google Analytics della necessità di verificare la propria conformità. Infine, Guido Scorza (componente del Garante per la protezione dei dati personali), ha sottolineato come un accordo politico non sia sufficiente per risolvere la questione, ma serva una base giuridica.

 

Cosa puoi fare per sostituire Google Analytics 

Come visto nelle sentenze precedenti, Google Analytics è attualmente non conforme al GDPR Europeo e consigliamo alle aziende di sospenderne momentaneamente l’utilizzo per evitare di incorrere in sanzioni. Come puoi evitare eventuali sanzioni da parte del garante della privacy senza perdere i dati del tuo sito web? Esistono diversi strumenti sostitutivi che possono sostituire Google Analytics, seppur senza la profondità di analisi di GA, scopriamone alcuni.

Alternative:

  1. Matomo – Principale concorrente di Google Analytics per i siti web
  2. Hubspot – All’interno della suite troviamo molti strumenti per raccogliere dati sui siti web.
  3. Umami – Un sistema di tracciamento semplice per i siti web.

Cosa aspetti a contattarci per conoscere queste soluzioni alternative? Contattaci.

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Covid e comunicazione
28 Luglio 2022|Marketing BasicMarketing Trend

Covid e comunicazione

Covid e comunicazione

L’appuntamento di oggi con le news del blog di Playmarketing affronta un argomento di grande importanza: il Covid-19 ha cambiato la comunicazione? E’ una domanda su cui si discuterà a lungo. Ma già ora è possibile affermare senza tema di smentita che la pandemia ha cambiato le nostre abitudini stravolgendo la routine quotidiana, costringendoci a chiuderci a casa per un periodo che ci è sembrato infinito, azzerando i rapporti affettivi e le nostre relazioni sociali. L’impatto del lockdown e delle regole per contenere i contagi è stato forte a ogni livello. Impensabile che la comunicazione non ne fosse in qualche modo coinvolta.
Come è cambiata la comunicazione dei brand? Come sono cambiati i comportamenti online? Facciamo il punto seguendo le tracce di un articolo letto su d-com.it.

Covid e comunicazione: cosa è cambiato?

La pandemia da Coronavirus dal 2020 segna le nostre vite contribuendo ad alterare gli equilibri della società a livello mondiale. Una delle conseguenze più immediate è l’aumento dell’utilizzo di device elettronici. Inevitabilmente anche la comunicazione, in modo più pronunciato quella digitale, è cambiata per la semplice ragione che non ha potuto non considerare le esigenze degli utenti.

Da un giorno all’altro smartphone, PC e tablet sono diventati il solo modo per restare in contatto con gli altri ed essere informati sulle cose del mondo. Di conseguenza è aumentato il tempo di permanenza online e l’uso delle piattaforme. Queste ultime sono state scelte in funzione d’età degli utenti: mentre la Gen X e i boomer hanno preferito media tradizionali come la TV, i millennials e la Gen Z hanno privilegiato i video online e i servizi in streaming,

Comportamenti di consumo

I comportamenti degli utenti sono stati oggetto di studi accurati. In particolare, una ricerca condotta da We are social, Hootsuite e Kepios ha analizzato a fondo i comportamenti di consumo degli utenti durante i mesi della pandemia. Le principali evidenze emerse sono così sintetizzabili:

• nei paesi in cui sono stati imposti lockdown, l’attività digitale è cresciuta in modo significativo,
• è cresciuto l’uso dei social e delle videochiamate,
• lo shopping online, particolarmente per ciò che riguarda i prodotti alimentari, ha registrato una crescita senza precedenti,
• è aumentato il tempo dedicato ai videogames e ai giochi online di sport,
• sono state create nuove opportunità per chi investe nel digitale.

In Italia l’utilizzo di Facebook è cresciuto del 70%; le piattaforme per effettuare videochiamate multiple hanno avuto incrementi del 1000 %. La domanda che ci si pone è la seguente: come varieranno i consumi digitali (utilizzo dei social e dei servizi online) ora che il virus sembra meno aggressivo? Molte persone hanno dichiarato che non cambieranno le nuove abitudini acquisite nel corso della pandemia, mentre altri hanno confermato che torneranno a dedicare ai social e ai giochi lo stesso tempo pre-pandemia.

I brand come hanno reagito?

Inutile dire che sia i brand che le aziende hanno dovuto adattarsi il più rapidamente possibile all’emergenza globale stravolgendo di fatto le loro strategie di comunicazione. Nonostante il lockdown, le aziende hanno mantenuto le loro posizioni sui social – condizione sine-qua-non per continuare ad esistere – e in un momento drammatico hanno offerto supporti, informazioni e sostegni alle loro community.

Analizzando i comportamenti dei brand è possibile giungere ad una sintesi riguardo le strategie più utilizzate nel corso della pandemia di Coronavirus. Sono sostanzialmente 5.

1. Tono di voce. Le marche hanno scelto un tono di voce coerente con la drammaticità del momento. La serietà ha sostituito l’ironia e l’umorismo è stato momentaneamente abbandonato. Senza scadere nel dramma tragicità, sui social e sui siti web è stato adottato uno stile di comunicazione consono alla difficoltà dei tempi.

2. Social educativi. L’emergenza sanitaria ha fatto sì che i social divenissero fonti informative/educative relativamente a tematiche complesse o poco conosciute. Sono molti i brand che hanno promosso contenuti e informazioni utili alla collettività.

3. Real Time Marketing. Durante la pandemia la creazione di contenuti allineati ai trend del momento ha subito una battuta d’arresto. La ragione è facilmente intuibile: il Covid in quanto evento di straordinaria rilevanza storica è diventato l’unico argomento di discussione. Sono molti i brand che hanno saputo utilizzare il tema del virus mettendolo al centro del loro real time marketing impiegando un tono di voce delicato e rispettoso.

4. Più creatività. Poiché il tempo trascorso online durante la pandemia è aumentato, i brand si sono impegnati parecchio nello sforzo di produrre contenuti nuovi e diversificare la comunicazione. Un esempio fra tanti è la creatività di si occupa di turismo: come è stato possibile mettere online un piano editoriale efficace e convincente se… nessuno poteva muoversi da casa? Un’idea creativa che ha avuto successo: invitare i follower a compiere viaggi virtuali. Si resta chiusi in casa ma si scoprono posti nuovi.

5. Lotta alle fake news. Comunicare notizie vere da fonti affidabili è stata la priorità di molti brand. Molte aziende hanno anche raccontato come stavano affrontando la pandemia, raccontando dell’impegno dei dipendenti.

Cosa ne pensi di questo tema?
Per qualsiasi domanda e per farci sapere la tua, contatta il team di Playmarketing!

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Osm1816: risorse gratuite
21 Luglio 2022|Marketing BasicMarketing Trend

Osm1816: risorse gratuite

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Web3 e criptovalute
14 Luglio 2022|Marketing BasicMarketing Trend

Web3 e criptovalute

Web3 e criptovalute

Bentornati sul blog di Playmarketing!
Anche questo appuntamento è dedicato alle criptovalute e al bitcoin. Ragioneremo insieme su come le valute digitali potranno essere protagoniste nella prossima stagione di internet, il così detto Web3. Aiutati da un’interessante intervista pubblicata su euthinktank.com, approfondiamo la storia delle criptovalute e di come ha avuto origine questa rivoluzione digitale.

Web3 e criptovalute: il futuro di internet e delle valute digitali

Web3 e criptovalute sono gli argomenti di tendenza degli ultimi mesi, tanto che negli USA , durante il SuperBowl, sono state protagoniste di spot pubblicitari. Anche Elon Musk ne parla continuamente nei suoi tweet e lo Staples Center di Los Angeles, uno dei complessi polifunzionali più popolari del mondo per eventi sportivi e musicali, è stato ribattezzato Crypto.com Arena.

Basate su blockchain, le valute digitali sono sulla bocca di tutti ed è giunto il momento di chiedersi se davvero questo fenomeno rappresenta il futuro. La cosa di cui vi è contezza è che le criptovalute appaiono come l’aurora del Web3, la nuova fase di internet il cui ecosistema sarà basato su blockchain, portafogli crittografici, NFT e DAO (Decentralized autonomous organization, ovvero : “Organizzazione autonoma decentralizzata”).

L’articolo del quale facciamo riferimento riguarda un’intervista a Jeff John Roberts, giornalista esperto in tecnologia e autore del libro Kings of Crypto: One Startup’s Quest to Take Cryptocurrency out of Silicon Valley and onto Wall Street. Di questa intervista proponiamo alcuni passaggi che riguardano in particolare il mondo delle criptovalute.

D: Bitcoin e criptovalute. Qual è la differenza e in cosa consistono precisamente le criptovalute?

R: Con il termine “criptovaluta” si intende un software che esegue blockchain, cioè elementi in grado di registrare tutte le transazioni che si verificano. (“Cripto”, parola greca che significa coperto, nascosto. NdR). Ogni “oggetto” cripto è per definizione distribuibile, immutabile, non manomettibile. Perché è prodotto eseguendo lo stesso programma su più computer, verificandone l’accuratezza nel corso dello svolgimento. Grazie a ciò, sono state create moltissime criptovalute, migliaia. La maggior parte di esse non avrà futuro: priva di solide basi tecnologiche non potrà migliorare. Bitcoin è la più famosa perché è stata la prima blockchain. È migliore delle altre perché è la più sicura: non è mai stata hackerata. Inoltre fornisce una valuta da poter spendere.

D: Come sono nate le criptovalute?

R: Il tutto è iniziato nel 1980 a San Francisco da parte di un movimento chiamato Cypherpunks composto da programmatori della San Francisco Bay area appassionati di crittografia. La loro idea consisteva nel creare una nuova moneta slegata da banche centrali, governi o altri intermediari. Riguardo al bitcoin, nel 2008 è stato divulgato un nuovo concetto secondo il quale può esistere una moneta privata, decentralizzata e che non richiede l’intermediazione di autorità riconosciute per esistere. L’autore di questa teorizzazione firmò il documento con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto.

D: Ad oggi il sistema delle criptovalute ha raggiunto proporzioni enormi: sono in circolazione miliardi di dollari. C’è qualcuno che controlla in qualche modo questo fenomeno?

R: Bella domanda. Anche Bitcoin ha i suoi creatori, i suoi sviluppatori: è un software vero e proprio e, come tutti i software, ha bisogno di aggiornamenti costanti. Queste persone rendono Bitcoin migliore, tuttavia non ne sono i proprietari e non ne hanno il controllo. E’ importante che lo si sappia per combattere la disinformazione sulle criptovalute. Le persone tendono a dire che “è tutto decentralizzato, non ci sono leader, dietro non ci sono banche né autorità”. In realtà, non è vero. Alcune blockchain sono più centralizzate e hanno alcune persone che controllano il flusso di denaro. Bitcoin è il più decentralizzato, ma ha comunque chi ne custodisce i codici.

D: Criptovalute e Web3. Chi ha generato chi?

R: quello che è certo è che le criptovalute sono nate prima. Obiettivo del Web3 è poter spendere le criptovalute. In un futuro neppure troppo lontano si ipotizza che sarà possibile fare acquisti utilizzando bitcoin e stablecoin (entrambe sono valute ancorate al dollaro USA). PayPal e Apple stanno lavorando a tale scopo. Di conseguenza, penso che tra qualche anno le criptovalute funzioneranno come metodo di pagamento riconosciuto e accettato.

D: Quali sono le condizioni che possono accelerare l’avvento del Web3 e delle criptovalute nella nostra vita quotidiana?

R: Diciamo subito che è un problema di dialogo: l’interfaccia macchina-utente richiede grossi miglioramenti: oggi è assolutamente inadeguata. Per capirci, accedere oggi al Web3 è come salire sulla macchina del tempo e provare a navigare su internet senza l’aiuto di un browser.

Per saperne di più sul mondo delle criptovalute continua a seguire il blog di Playmarketing oppure contattaci per avere maggiori informazione o curiosità.

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